Pubblicato da: carlas73 | 21 febbraio 2013

Rispettare i figli

Alcune volte succede che ci si attarda davanti alla scuola per delle chiacchiere tra mamme e la situazione spesso fa scaturire considerazioni e riflessioni alle mamme che più si domandano intorno a sé, ed ai loro metodi: quelle mamme che si interrogano se siano brave mamme, se possano migliorare e quanto, quelle che subiscono i sensi di colpa e si sentono spesso inadeguate ed imperfette.
Stamattina era una di quelle mattine, e l’argomento ricade nell’ambito del rispetto dovuto ai figli di qualsiasi età: almeno, io lo faccio ricadere in quell’ambito, poiché per me tacere delle cose importanti ai figli o peggio mentire su determinati argomenti significa non rispettarli, non rispettare la loro intelligenza e sensibilità. E poco importa che la ragione di fondo sia per i relativi genitori che dire determinate cose significherebbe far preoccupare di più i figli, “perché i bambini sono ansiosi”: ritengo che i figli sono ansiosi se i genitori li rendono tali, perché più di qualsiasi altra cosa spaventa l’ignoto, il non sapere le cose e proprio il nostro comportamento omertoso scatena le loro paure.
Ma sono io strana perché racconto tutto ai miei figli? dall’operazione del nano ed i suoi problemi, all’operazione che ho dovuto subire io alla schiena allontanata per motivi di forza maggiore da casa per due mesi, fino all’adozione ed ai motivi che hanno necessitato l’arrivo di una sorellina “di cuore” e non una “di pancia”. Non so, avrei forse dovuto tacere, dovrei forse tacere la malattia che colpisce il nonno materno, o quella che ha portato via l’altra nonna paterna perché così potessero essere più sereni? se mi dovesse succedere qualcosa, se dovessi essere sottoposta ad un intervento più o meno importante, dovrei prepararli alla mia assenza, alle mie cure, alle mie cicatrici oppure dovrei fargli subire l’atmosfera pesante senza spiegazioni, cercando a parole che non rifletteranno certo l’umore di smorzare e sminuire la cosa?

D’altronde, mi sono anche spesso ritrovata commentata, dagli stessi familiari, perché trattavo il nano come un adulto, parlandogli come se lo fosse: lo faccio adesso che ha 7 anni, ma lo facevo già quando aveva 6 mesi e tentavo di inculcargli la necessità di non toccare le chiavi dei mobili, lo faccio con la gnoma che è in fase di crescita ed a due anni e mezzo è stata sbattuta in un altro universo, con un’altra lingua, con altri modelli familiari. Sempre, costantemente: loro hanno intelligenza, sensibilità che spesso sono superiori alle nostre perché più elastici e con meno sovrastrutture, perché limitarli ad un ruolo quasi di bambolotti? a subire le nostre decisioni e gli avvenimenti della vita, senza dargliene contezza e certezza nella spiegazione? Non sono d’accordo e la crescita e maturità di mio figlio stesso me ne danno ragione: affronta i suoi malanni, le terapie continue, gli esami più o meno invasivi, agocannule e lavaggi con un’estrema serenità e tranquillità, tutte queste cose fanno quasi più male a noi che li vediamo ed assistiamo dall’esterno che a lui che li subisce. Ed adesso che abbiamo il dubbio di un possibile nuovo intervento: dovrei tacerglielo perché non so se si verificherà, aspettando il ricovero d’urgenza e magari fargli digerire la notizia in mezza giornata o comunicargli adesso la possibilità, dandogli la possibilità di elaborare i pro, i contro, la certezza che i genitori sono consapevoli e cercano di avere la situazione sotto controllo, la serenità di sapere che se succede è per la sua salute e che ci avrà sempre vicini interessati e finalizzati a migliorare sempre di più la qualità della sua vita.

Non lo faccio per scaricarmi da responsabilità o sensi di colpa, lo faccio perché penso che sia mio dovere dargli gli strumenti emotivi e psicologici per poter affrontare tutti gli eventi della vita: quelli positivi che ci sorprendono e lasciano senza fiato, ma anche quelli negativi che ci potrebbero far soccombere nella tristezza, amarezza e rimpianti. Lo faccio perché i miei figli meritano il mio rispetto altrimenti non impareranno a darlo agli altri, della mia sincerità per capire che non bisogna mentire, del mio aiuto a capire per afferrare la bellezza della vita che affrontiamo ogni giorno.

Pubblicato da: carlas73 | 23 gennaio 2013

Nuove regolamentazioni Invalidità e L. 104/92

Circa un paio di anni fa sono cambiate le regole e le procedure per fare richiesta di Invalidità e per la L. 104/92: noi ci siamo capitati in mezzo sia per l’uno che per l’altro. Abbiamo ricevuto una lettera dell’INPS che ci convocava alla sede principale, non esattamente a ridosso della scadenza: inizialmente ci siamo chiesti se si trattasse dei famosi controlli per i “falsi invalidi”, ed in effetti durante la visita a parte raccogliere la documentazione sanitaria presentata, per la prima volta hanno chiesto al nano di mostrare la sua cicatrice. Dopo aver chiesto se si trattasse della visita di rinnovo o di una visita di controllo o che, le dottoresse quasi non sapevano cosa risponderci, ma alla fine ci è arrivata a casa la lettera di rinnovo dell’invalidità.
Per la L. 104/92, invece, è andata peggio: non ci è arrivata alcuna comunicazione per la visita di rinnovo, alla scadenza perciò non avevamo ancora fatto richiesta di rinnovo e ci siamo dovuti affrettare a seguire la nuova procedura senza sapere come.
Approfondiamo, quindi, la nuova procedura: innanzitutto bisogna farsi fare un certificato medico su supporto elettronico che il medico stesso deve inviare elettronicamente all’INPS. Già così le cose si complicano: non necessariamente i pediatri hanno la possibilità di fare certificati elettronici, generalmente si tratta dei medici degli adulti che lo devono fare per le certificazioni di malattia per il lavoro. Solo oggi, per aiutare una mamma ho trovato sul sito dell’INPS un utile strumento per ricercare i medici certificatori sul territorio: consiglio, quindi, a chiunque si trovi a dover fare nuova richiesta a cercare mediante questo strumento un medico sul proprio territorio a cui rivolgersi, sperando che anche se non è il proprio pediatra acconsenta ad inviare il certificato telematico all’INPS, magari su certificazione dei chirurghi curanti o del proprio pediatra di base.
Inoltre, almeno nel nostro caso, il medico curante nel 2010 ha chiesto 60€ per questo certificato, quando in realtà per il rinnovo non si dovrebbero più presentare i certificati dei medici curanti, ma solo la certificazione della permanenza dei requisiti di invalidità, prodotta da strutture pubbliche, quindi gratuitamente.
Successivamente, si dovrà fare la richiesta di invalidità e/o di L. 104/92: gli adulti la possono fare autonomamente se in possesso del PIN online dell’INPS, ovviamente nel caso di minori l’INPS non consente di creare un PIN dal sito, né consente di presentare la domanda da parte di uno dei due genitori in possesso di questa autenticazione sul portale. Perciò, bisogna rivolgersi ad un patronato o CAAF. A riguardo, visto che siamo prossimi ad una delle due date di scadenza, cercherò di informarmi se in una sede INPS territoriale si possa fare richiesta del PIN per un minore, poiché tramite il sito si può seguire la pratica e verificare il suo avanzamento.

Ormai, questa nuova procedura dovrebbe essere rodata e perciò nel caso di verbali in scadenza, il singolo non dovrebbe intervenire per fare una richiesta ex novo, ma dovrebbe aspettare la convocazione a visita di rinnovo da parte dell’INPS e/o ASL: certo, la prudenza non è mai troppa e quindi conviene sempre informarsi per tempo se effettivamente questa calendarizzazione sia stata programmata.

Contemporaneamente, si sta realizzando una mezza rivoluzione anche nell’ambito delle domande da presentare all’INPS per congedi straordinari, permessi giornalieri per assistere ai disabili e quant’altro: anche in questo caso mi sono trovata invischiata e più di una volta ho fatto delle “passeggiate” alla sede INPS perché nonostante la finalità dovrebbe essere quella di semplificare il tutto, a volte lo si complica. L’informatizzazione consente di presentare gran parte di queste domande, come anche quella di maternità ed altre, online, anche se non sempre sono previsti tutti i casi: per esempio, la possibilità di ottenere la maternità obbligatoria fin dalla partenza per il paese straniero nel caso di adozione internazionale è subordinata al passaggio da un funzionario INPS, la domanda di congedo straordinario (almeno quando l’ho richiesto io l’ultima volta) non consente di allegare il certificato del verbale della L. 104/92 durante la procedura online e bisogna presentarlo alla sede INPS, etc.

Colgo l’occasione di questo post per informare gli interessati dell’esistenza di un Decreto Ministeriale che stabilisce tutte le patologie per le quali è escluso l’accertamento della permanenza della minorazione civile o dell’handicap. Così come esiste un Decreto Ministeriale che stabilisce che il Megacolon, così come la presenza di una colostomia, sono cause di attribuzione dell’invalidità, in differenti percentuali in base alla gravità del caso ed a quanto influisce tale patologia sulla capacità lavorativa del soggetto. Da quel che ho capito, tale dichiarazione avviene dopo i 18 anni del soggetto: quindi, per tutte quelle persone che temono che la dichiarazione di invalidità del figlio/a influisca sulle possibilità future di svolgere lavori, si può trovare il modo per non farla rinnovare.
Solo recentemente, ho scoperto l’esistenza degli “sportelli malattie rare”, istituiti a partire da Centro Nazionale Malattie Rare: sono regionali e dovrebbero facilitare l’ottenimento di sostegno sanitario e psicologico per affrontare le patologie identificate come malattie rare dal D.M. 279/2001, dove si può trovare che la malattia di Hirschsprung è esente da ticket con codice RN0200. Se deciderò di avviare anche questo ulteriore filone e capirò meglio di cosa si tratta, potrete leggerne qualche approfondimento qui sopra. Chiunque ne abbia già sperimentato l’utilità e la validità, o meno, è invitato a raccontarne nei commenti a questo post.

Pubblicato da: carlas73 | 22 novembre 2012

L’intercontinentale

Il 29 aprile scorso, dopo nove anni dal viaggio di nozze che ci aveva portati in un altro meraviglioso paese il Sud Africa, ci siamo imbarcati con nano al seguito per un altro viaggio intercontinentale, Colombia, che stavolta veramente ci avrebbe cambiato la vita. Il viaggio aereo in sé non è risultato catastrofico: da Francoforte sono 11 ore di volo, che tra pasti, film e giochi trascorrono velocemente. L’impatto è stato devastante all’arrivo: il nano si è addormentato sull’aereo con il suo solito orario giornaliero, ma in Colombia era ancora ora di cena e non notte fonda, in un aeroporto pieno di gente, confusione ed una lingua che di primo acchito risulta ostica anche per chi la frequenta solo sui libri.
I primi due giorni sono trascorsi per riprenderci dal fuso orario e dal cambio di altitudine (Bogotà sta a circa 2600 metri sul livello del mare), con sveglia verso le 3 di notte ed il nano che non voleva rimettersi giù neanche per riposare, ma che riusciva piuttosto bene a reggere le giornate che si allungavano fino all’orario serale locale. Successivamente allo spostamento da Bogotà a Manizales su un Fokker 50 che ha circumnavigato il Nevado del Ruiz, poiché non raggiunge un’altitudine sufficiente per sorvolarlo, abbiamo avuto qualche altro giorno di adattamento per lo stravolgimento della vita da 3 a 4. In questa piccola cittadina ci siamo fermati una sola settimana, vivendo in appartamento, e muovendoci a bordo del taxi di fiducia: direi che ci ricorderemo sempre lo spettacolo che ci ha offerto al nostro arrivo dall’aereo con il cielo terso,  il sole e questa cittadina colorata arrampicata sulle montagne, il sali e scendi delle strade che uniscono i diversi quartieri della città, la cura dei piccoli giardinetti che spuntano come funghi ad ogni angolo di strada e che vengono disseminati di giochi per bambini sempre in perfetto ordine ed in buone condizioni, il verde intenso e spettacolare che ti accoglie non appena ti allontani dalla città e ti si allarga la vista sulla vallata della Zona Cafetera, la tristezza che ci hanno fatto i centri commerciali ed i negozietti un po’ spenti e retro dove abbiamo vista esposta in tutta la sua modernità una Palio bianca, le piante di caffè con il loro frutto colorato, la varia flora e fauna che abbiamo avuto l’ardire di andare a conoscere allo Zoo di Pereira di cui rimarrà a me più caro il tigrillo, la cenere del vulcano che ci ha accolto quando dopo un mese siamo tornati per ritirare la sentenza di adozione.

Ma la vita in questa cittadina è risultata stancante e deprimente, per noi genitori e soprattutto per il nano che ormai a 6 anni, completato il primo anno di scuola primaria, con un clima prepotentemente umido di acquazzoni quotidiani che rendevano impraticabili i giardinetti ed i giochi, allontanato dalla sorella che rifiutava la presenza di un antagonista, si rifugiava nei giochi elettronici e cercava disperatamente l’attenzione ed il gioco con gli adulti. Per questo, dopo una settimana siamo tornati a Bogotà: dove invece di un appartamento godevamo di tutte le comodità di una pensione, dove risiedevano altre famiglie con bambini adottati con cui abbiamo condiviso le lunghe giornate quando non c’era nulla da fare a parte uscire ed andare a passeggio per giardini se il clima lo consentiva o per centri commerciali se le piogge imperversavano, dove l’affetto e l’allegria della signora Maria ci ha fatto superare momenti di smarrimento e depressione, dovuti ai continui malesseri del nano, infettato pesantemente da batteri che solo da poco siamo riusciti a sconfiggere qui in Italia, dove abbiamo cercato anche di fare un po’ i turisti per la città ed i suoi dintorni. Ci rimarranno impresse: la cattedrale di sale con la sua Via Crucis e le sculture varie sotterranee, il museo di Botero con le sue opere d’arte immediatamente riconoscibili e quasi innocue e divertenti, anche qui i parchi fantastici e meravigliosi con giochi per bambini grazie anche al nostro domicilio in una zona ricca della città dove ci hanno addirittura stupito i bimbi su miniquad, la zuppa bogotana,  i colori e la particolarità della flora del Giardino Botanico, Usaquén ed il suo mercatino domenicale con le bancarelle di tè alla coca ed artigianato locale, Monserrate ed il suo sguardo sull’altopiano occupato dalla città nel suo dedalo di strade e palazzi, gli autobus su cui bisogna salire al volo e che non hanno fermate predefinite, i tassisti che guidano nel peggior caos e traffico mai visto, La Candelaria con i suoi palazzi stile coloniale spagnolo, la fattoria Panaca Sabana con le mucche di razza Simmenthal ed i biberon da dare ai cuccioli, la pulizia delle strade nonostante la Colombia sia considerata un paese del Terzo Mondo, le piste ciclabili della domenica e le bancarelle con le pannocchie arrostite con burro e sale.

Per spezzare la monotonia del periodo trascorso a Bogotà, abbiamo investito tempo e denaro in un viaggio di puro piacere nell’unica isoletta caraibica della Colombia: San Andrés. Giusto cinque giorni che ci hanno consentito di far conoscere il mare alla gnoma, inserire nel profondo i batteri negli intestini del nano, e godere dello spettacolo di un mare con colori e natura mai visti. La piccola isola avrà sempre un posticino nei nostri ricordi per: l’atterraggio dell’aereo a ridosso della costa quasi in acqua, la compatta comunità italiana che sta radicando le proprie abitudini e tradizioni in questo paese così lontano, la forte presenza creola con le sue aspirazioni indipendentistiche verso un modello giamaicano, il nostro capitano Kevin con la capigliatura rasta l’inglese strascicato ed il pancione di chi ha sposato un’italiana, il risotto agli scampi ricoperto di ketchup, la fortissima umidità che appannava le lenti della macchina fotografica e degli occhiali, le iguane blu e verdi di Johnny Cay e Haynes Cay, i pesci i granchietti e paguri dell’Acuario, il carretto e la sua velocità di crociera simile a quella di una bici, la sabbia bianca fatta per lo più di conchiglie sminuzzate.

Questo è il paese di mia figlia, questo è il paese che abbiamo conosciuto per incontrarla, questi sono i ricordi che le racconteremo quando sarà più grande e vorrà sentire da dove viene.

Pubblicato da: carlas73 | 9 novembre 2012

Miti e contraddizioni delle adozioni

Oramai completato il processo di adozione, ritengo di poter procedere ad analizzare questo particolare ambito sconosciuto ai più.
Iniziamo dalle maggiori contraddizioni che balzano agli occhi quando ci si avvicina alla procedura.

  • Una volta presentata la domanda al tribunale vengono richieste una serie di analisi e visite specialistiche, che possono essere diverse a seconda del tribunale ed ASL di appartenenza. A noi fu chiesto nel lontano 2009 visita psichiatrica e visita neurologica, in ambedue i casi, i dottori delle strutture pubbliche ci rivolsero domande che ritenemmo alquanto bizzarre: “fa uso di droghe?”, “soffre di disturbi nervosi?”, avrebbe fatto l’en plein l’aggiunta di “è un alcolista?” e “è un pedofilo?”. Nel caso in cui io faccia domanda di adozione, anche se facessi uso di stupefacenti o fossi un’alcolizzata, ma lo andrei a dire ad un medico? Lo specialista non ha alcun tipo di visita o strumento accurato per verificare che io stia dicendo baggianate, si va a fidare sempre così di tutte le persone che gli capitano davanti?
  • Dopo due anni da quelle visite siamo stati abbinati al Paese Colombia, che richiede nuovamente una certificazione medica, che deve essere anche poi legalizzata con l’Apostille de l’Aja: una volta tornati alla ASL a chiedere sulla base delle visite precedenti una certificazione di “sana e robusta costituzione”, ci hanno chiesto di fare tutte le visite ed analisi precedenti. Per ovviare al problema la soluzione è stata quella di farsi fare un certificato dal medico di base, e farne autenticare la fotocopia al Comune. Condivido il fatto che la situazione sanitaria si possa essere modificata nel frattempo, ma è pur vero che a quel punto potrebbe anche essere in forse la dichiarazione di idoneità ad adottare: quindi, o si restringono notevolmente i tempi tra i diversi passaggi, oppure deve fare fede la visita iniziale e non dovrebbe essere richiesto nuovamente uno spreco di tempo ed attività superiore a quanto necessario.
  • Non appena si cercano informazioni sull’adozione, sia nazionale che internazionale, vengono immediatamente fornite statistiche e percentuali alquanto deprimenti: il numero di adozioni nazionali copre solo una percentuale minima delle domande, e nel caso della adozioni internazionali i numeri sono comunque più alti, ma è anche più alto il numero dei casi “speciali”, di bambini che hanno problemi fisici oppure sono vittime di maltrattamenti (anche la semplice mancanza di cibo viene configurata in tale fattispecie) o abusi. In Italia ci sono parecchi minori affidati a case famiglie che magari non sono adottabili perché un qualche lontano parente li va a visitare una volta l’anno, mentre all’estero i bambini bisognosi di famiglia sono numerosissimi, per svariati motivi socio-economici del Paese specifico: le domande sono comunque elevate, ma spesso non si riescono ad incontrare con il numero dei minori, e talvolta il processo si dilunga talmente tanto e richiede un tale dispendio di risorse emotive innanzitutto, ed economiche in seconda battuta ma non meno rilevante, che le percentuali di rinuncia a posteriori, ma anche a priori, sono indubbiamente notevoli.
  • I tempi, d’altronde, sono piuttosto elevati, non solo a causa dell’organizzazione amministrativa straniera, ma anche della burocrazia italiana: noi per arrivare alla sentenza di idoneità all’adozione da parte del Tribunale, abbiamo dovuto attendere un anno e 3 mesi, dopo di che abbiamo impiegato circa un altro anno per dare il mandato ad un ente (poiché dopo tutta l’analisi e gli incontri con i servizi sociali locali, bisogna ripetere la stessa identica procedura o quasi anche con gli specialisti dell’ente), mentre l’abbinamento con nostra figlia è avvenuto dopo un altro anno circa, che comunque è sembrato veramente pochissimo.
  • Vorrei, inoltre, sottolineare che esiste tuttora una distinzione di trattamento tra adozione nazionale ed internazionale: l’adozione nazionale risulta completamente gratuita, mentre i costi di quella internazionale sono piuttosto onerosi, poiché ai costi amministrativi degli enti riconosciuti dalla CAI ed accreditati nei diversi paesi si devono sommare i costi di viaggio, vitto ed alloggio nel paese straniero del bambino, e per esempio nel nostro caso la permanenza in Colombia si è protratta per 45 giorni. Ci sono dei movimenti d’opinione che tentano di equiparare i due casi, così come sono parecchi anni che all’interno delle leggi finanziarie dello Stato, viene garantito un certo livello di detrazione al momento del pagamento delle tasse, ma come tanti altri benefici potrebbe essere soppresso negli anni a venire.

Adesso, passiamo a quelli che ritengo i miti dell’adozione, che talvolta fanno anche un po’ sorridere: quelle cose che implicitamente passano di sottecchi o vengono dette a bassa voce o vengono sottintese negli sguardi o in battute.

  • “Avete fatto una cosa bellissima!” oppure “com’è fortunata/o!”: chi lo dice che l’adozione viene fatta solo ed esclusivamente a scopo umanitario? anzi, se vogliamo dare indicazioni statistiche è sicuramente prevalente lo scopo puramente egoistico di chi non riesce o non può avere figli ma ha un desiderio di genitorialità molto forte. Perciò, non sono solo i bambini ad essere fortunati, ma soprattutto i genitori che hanno soddisfatto il loro bisogno di avere figli. Comunque, si tratta di due bisogni che si sono incrociati e soddisfatti a vicenda.
  • Solitamente, le coppie che hanno già figli naturali vengono guardate o si sentono come se usurpassero il diritto delle coppie senza figli: troppo complicato raccontare la storia che c’è dietro certe scelte, che può magari anche essere solamente il bisogno di aiutare bambini in difficoltà, e comunque non toglie niente agli altri, ma anzi è una risorsa in più per tutti quei bambini bisognosi di una famiglia.
  • “Ma capisce tutto?”: la cosa che stupisce è quanto questa domanda venga rivolta in uguali percentuali da single così come da genitori, come se non ricordassero più quanto i bambini siano delle spugne capaci di apprendere ed imparare tutto in brevissimo tempo, e questo indipendentemente dall’età, anche se ovviamente più sono piccoli meno saranno soggetti a sovrastrutture linguistiche e culturali.
  • La battuta precedente fa il paio con “ma dice qualche parolina in italiano?”: quante volte ci è stata rivolta questa domanda, e non solo all’inizio tornati da poco in Italia, ma anche adesso che sono sei mesi che sente parlare italiano. Nel nostro caso, guardiamo sempre l’interlocutore bene in faccia per capire se ci fa o ci è, visto che una bambina di 20 mesi, che sta cominciando a parlare nella sua lingua natale, comunque spagnolo, quindi con notevoli affinità linguistiche con l’italiano, non ci metterà molto a parlare in italiano, in un ambiente familiare in cui si dialoga parecchio. Ricordo che mio figlio ha cominciato a formulare le sue prime frasi a 2 anni e mezzo, la piccoletta già adesso dopo sei mesi con noi cerca di mettere insieme più parole per compilare una frase di senso compiuto, seppur limitandosi ad esplicitare i suoni delle ultime due sillabe di ciascuna parola.
  • “Però, è chiara/o!”: perché quando si parla di adozione in testa ci si crea l’immagine di un bambino/a di colore, infatti gli incontri con le psicologhe del nostro ente erano incentrati principalmente sulle problematiche vissute dai bambini “colorati”, e per due anni ci è stato detto che i loro bambini erano prevalentemente bambini colorati e scuri, per poi presentarci la foto di una piccoletta castana dalla carnagione chiara. Ed è ancora recente la sentenza che nega il decreto di idoneità a chi effettua discriminazioni in base al colore della pelle.

In ultima analisi, l’adozione è un viaggio bellissimo ed impressionante: perché si tratta di un viaggio dentro sé stessi e dentro la propri famiglia, di origine ed in fase di sviluppo, è un viaggio in posti sconosciuti e lontani dalle rotte del turismo, è un viaggio dentro l’infanzia negata e disattesa da parte di adulti che dovrebbero essere sostegno e colonne portanti della crescita dei minori, è un viaggio dentro i meandri di amministrazioni e burocrazie che ancora devono lavorare molto per avvicinarsi ai diritti delle famiglie e dei bambini, è un viaggio nei tabù e pregiudizi della nostra società che ancora non sanno accettare la diversità in tutte le sue sfumature.

Pubblicato da: carlas73 | 3 settembre 2012

Universo in rosa

Con questo primo post, successivo all’escursione colombiana, inauguro una nuova categoria: come prima c’era “il nano”, adesso si è aggiunta “la gnoma”.

Prime riflessioni sul mondo femminile in cui sono entrata a gamba tesa da quando una piccoletta di nome Laura Tatiana ha fatto l’ingresso nella nostra famiglia come "gnoma".
Non sono mai stata una "femmina", secondo il significato più intrinseco del termine, giusto un po’ quando ero bambina: mia mamma dice sempre che quando ancora non sapevo parlare sceglievo i vestiti da mettere, però in fin dei conti ero un maschiaccio, mi piaceva giocare proprio con i giochi da maschio come robot ed affini. Ed in adolescenza, con i cambiamenti del corpo forse un po’ troppo anticipati ed una femminilità eccessivamente procace, si sono risvegliate in me contraddizioni tra il voler piacere ed il non voler essere al centro dell’attenzione solo per il mio corpo, con il quale non avevo proprio un idillio di rapporto!
Ed adesso, dopo una vita di conflitti tra il mio corpo e la mia personalità, dopo il tentativo di distruggere l’uno per far prevalere l’altra ed il razionale sostegno all’idea di una donna che si definisca tale per il suo essere e non il suo apparire, mi tocca confrontarmi con una piccola rappresentante in erba del fiocco rosa.
Avendo due anni appena compiuti, la gnoma rientra pienamente nella fascia di quelle che "il vestitino e la scarpina": da una parte, la cosa stuzzica la fanciulla nascosta a cui piace ancora vestire le bambole (come il "bambolo", comunque), dall’altra vederla affacciarsi alle vetrine dei negozi, ammirare "cappe" così come "nelli" e "cchini", preoccupa quella parte razionale e femminista di me che vorrebbe crescere i figli del domani, ciascuno con il meglio del proprio essere maschile e femminile!
Inoltre, la piccoletta ha una rara predisposizione per la ricerca dell’attenzione, anche se probabilmente solo perché segue uno schema "adattivo" dovuto all’abbandono, direbbe la psicologa di turno. Non di minor conto o preoccupazione è il fatto che prediliga sempre e comunque le figure maschili: e non lo dico solo perché, come mamma, mi sono sentita sminuita quando ci sono volute diverse settimane prima che si accorgesse di me e mi chiamasse "mamma". Ma perché l’accoppiata di queste due caratteristiche mi sembra a dir poco esplosiva se proiettata in fase già solo pre-adolescenziale: mi immagino già a lottare con la ribellione dell’età che, per di più, pensa di sapere tutto ottenendo ogni cosa con qualche moina ed uno sbattimento di ciglia!Non compensa un bel niente, ma comunque fa sorridere una scarzoppola di 80 cm che si muove in autonomia in qualunque contesto e che si fa subito trasportare dalla musica e dalle canzoni di qualsiasi genere, magari utilizzando uno sgabello di vimini come "cubo" o il bastone di un ombrellone come "palo"!!!!
In conclusione, sfrutterò appieno le occasioni fornitemi dai vestitini delle figlie di amici per divertirmi a giocare alle bambole, ma sparatemi se farò con la gnoma la divisione rosa-azzurro che non ho mai voluto fare per il nano!

Pubblicato da: carlas73 | 23 aprile 2012

Sospensioni e novità

Tra sei giorni a quest’ora saremo in un viaggio intercontinentale che ci porterà a conoscere un’altra protagonista della nostra storia familiare: qualcuno che negli ultimi 3 anni è stato solo un pensiero, una parola, un sogno e speranza per tutti e tre.
Qualcuno che adesso ha un nome ed un viso in una foto da poco più di un mese: Laura Tatiana.
Non ho condiviso prima questa bella novità perché, come sempre, avevamo paura che ci potesse essere qualche inconveniente e qualche bastoncino che si infilasse nelle grane del nostro desiderio e lo spezzasse: ma non posso più non parlarne, perché lei ormai ci aspetta laggiù in Colombia, e la settimana prossima saremo nel suo paese a cercare di superare l’ennesimo compito ed esame con i servizi sociali colombiani.
Stavolta, l’esame sarà per tutta la famiglia al completo, senza reti e senza ulteriori sovrastrutture: il nano perderà ben un mese di scuola, ma viste le sue assenze quasi inesistenti e la sua capacità di recupero, speriamo di poter ricevere una scheda che segnali l’apprezzamento delle maestre per questo piccolo frutto del nostro lavoro educativo e della nostra passione familiare, nonostante la mancanza al completamento del programma che cercheremo di fargli recuperare da adesso fino a settembre.
Per la prima volta da quando abbiamo presentato domanda di adozione, mi si sono instillate nei recessi del cervello mille pensieri ed ansie: ho paura che la piccoletta non apprezzi i nostri sforzi di essere famiglia, il nostro modo di esserlo; ho paura che io non riuscirò a darle quanto ho dato finora in questi anni al suo fratellone nano; ho paura che per l’ansia di prestare attenzione a lei, mi sfugga di dare certezze e conferme di affetto e rispetto a quel piccolo uomo che già ci ha dimostrato quanto oltre sia rispetto alle nostre paure ed insicurezze.
A parte i fattori emotivi ed emozionali che sono scontatamente un dubbio, si aggiungono anche questioni pratiche: dove staremo? cosa e come mangeremo? a parte la mia già nota diffidenza verso il cibo straniero, di cui riconosco i limiti, la maggiore preoccupazione la dà ovviamente il nano: una cosa è dirgli e ripetergli allo sfinimento che la pasta al pesto nessuno gliela darà mai, un’altra è essere sicuri che non dimagrisca di quei 3-4 kg che abbiamo faticato così tanto a fargli mettere su. E poi, sì posso vedere le temperature e le previsioni del tempo, ma a quel numero cosa corrisponde: abbigliamento invernale, primaverile, estivo, BOH?!?!? cosa mettere dentro le valige senza avere la sensazione di aver scordato qualcosa di essenziale per la nostra sopravvivenza?

Nonostante stiamo tentando di organizzare il minor distacco possibile dall’universo virtuale, a parte la variazione di fuso orario, la nuova gestione familiare non so quanto consentirà di mantenermi aggiornata su domande, commenti e richieste che potranno essere pubblicate su questo blog nel prossimo mese e mezzo. Certo, ultimamente non sono stata molto prolifica ma ho cercato comunque di rispondere sempre, via mail o sul blog alle domande che mi venivano poste: stavolta, il mese e mezzo che mi si prospetta in un luogo sconosciuto, che vorrei esplorare, con una situazione familiare in movimento caotico alla ricerca possibilmente di un nuovo equilibrio, mi fanno presupporre che seppure mi collegherò e guarderò la posta e vedrò se qualcuno ha scritto o commentato, non riuscirò troppo a rispondere ed a rendermi presente così come mi piace fare. Non sono il tipo di persona che promette cose che poi sa di non poter mantenere, quindi preferisco ad oggi dire che probabilmente non ci sarò, piuttosto che creare aspettative a chi avrebbe bisogno di una parola, di un consiglio o semplicemente di essere letto ed “ascoltato”.

Quindi, saluto per ora, ringrazio chi volesse entrare nel blog e leggere, ma aspettatevi comunque aggiornamenti solo tra un paio di mesi: sicuramente, qualcosa da raccontare ce l’avrò e cercherò di fare il punto quando avrò messo ordine nei miei pensieri e nelle mie emozioni.

Pubblicato da: carlas73 | 7 febbraio 2012

Ricorrenze e sollievi

Ciao a tutti, inizio questo post come lettera aperta a chi è arrivato da poco su questo blog e quindi da poco ha dovuto fronteggiare questa malattia. Scrivo questo blog proprio perché, come molti di quelli che mi leggono, ormai 6 anni fa mi si è spalancato un burrone sotto i piedi quando ho dovuto ricoverare d’urgenza mio figlio ad appena 4 giorni di vita: mi guardavo intorno e non c’erano parole di conforto o paragoni che mi potessero tirare su. A poco a poco ho reagito, inizialmente con rabbia, poi cautamente e con estrema attenzione ho cercato di avvicinarmi a questa malattia: ho dovuto imparare tante cose, io soprattutto che ero anche alla prima esperienza come mamma, e sfortunatamente sulla pelle di mio figlio. Mi sono ricostruita una spina dorsale che pensavo di avere ma non era stata sufficiente a sorreggermi quando ho visto per la prima volta mio figlio con gli aghi infilati nel suo corpicino minuscolo ed ormai debilitato dalla vistosa disidratazione. Ho affrontato i cambi di placca e di sacchetto della stomia, cercando di chiudere le orecchie ai pianti di dolore di mio figlio per fortuna solo per pochi mesi, ho fatto le notti a cambiare lenzuola e pigiami quando a causa dell’aderenza si occludeva ogni poche settimane, ho assistito ormai immune al suo dolore a quasi tutte le ricerche di vene ed inserimenti di flebo quando quella era l’unica soluzione perché si riprendesse.
Piango ancora adesso a rivedere nella memoria quei momenti, qualche volta se fa un rumore strano nella notte come un attacco di tosse sussulto e mi sveglio con l’incubo di quel continuo vomitare a getto, e ripenso con tristezza a quelle volte che ormai tutti stremati non ci si svegliava più quando nuovamente si liberava e lo ritrovavamo così la mattina che aveva dormito nelle lenzuola sporche, ed ancora adesso quando rivedo i muri della sua stanza con le tracce della pulizia sommaria che tentavo di fare sento rimontare dentro di me quell’iniziale ed istintiva rabbia per quanto ci stava e gli stava succedendo.

Oggi a quest’ora, il mio nano fa 6 anni: ha iniziato la scuola elementare da anticipatario, gli è anche spuntato il primo dente definitivo mentre l’altro ancora dondolava e lui è stato emozionatissimo quando l’ha scoperto perché così pensa di diventare grande. Sono 3 anni che va in piscina ed anche se non ha ancora degli addominali di acciaio a causa del taglio sulla pancia più volte riaperto e riparato ha una bella muscolatura e tantissima energia in corpo, anche se non so dove la trovi visto che mangia meno di un uccellino, e non si imbarazza a guardarsi la cicatrice o a farla vedere agli altri perché la conosce ne sa le origini e ci ha sempre convissuto con serenità, oltre al fatto che è meravigliosamente piatta e chiara quasi come la sua pelle. Gli piace la musica e cantare, è pure molto intonato e da quando l’ha scoperto si diverte ad inventare canzoni strampalate e senza senso. Ha un dono particolare per la matematica ed i numeri ed è curioso di capire le cose che lo circondano e quelle a cui difficilmente si può rispondere (“ma lo spazio è infinito o ha una fine?”). Si diverte con poco ed ha sempre la risata pronta, così come il broncio visto che è enormemente permaloso: ride a crepapelle per il solletico che gli faccio io, per le smorfie buffe che gli fa il padre, mentre si arrabbia e si va a nascondere quando si sente preso in giro o quando perde a qualche gioco.
Così come nei primi anni cerco di fargli vivere la vita come tutti i suoi compagni ed amici, perché non si senta diverso, non si senta escluso, perché capisca e riconosca le sue capacità ma anche i suoi limiti: oramai le nostre sfide sono uguali a quelle dell’educazione di un qualsiasi bambino di 6 anni al giorno d’oggi, con solo un’attenzione in più al rapporto con il mangiare ed all’autonomia e consapevolezza dei bisogni del proprio corpo.

Non so se questa “fotografia” possa essere di sostegno e di sollievo per chi ancora vive alla giornata e vede tutto nero intorno a sé: mi rendo conto che sia molto difficile in quei momenti avere una visione che vada più in là del giorno successivo, ma se è potuto succedere a me, può succedere a chiunque delle persone che stanno vivendo adesso con i loro figli quello che ancora adesso mi addolora solo ricordare.
Ora però a parte i brutti ricordi io voglio solo vivere il mio presente e futuro con questa persona splendida che sta diventando mio figlio: non so se le esperienze vissute alla nascita rimangano come cicatrici invisibili o se senza queste esperienze il mio nano sarebbe stato peggiore o migliore di com’è; so solo che sono felice di saperlo con me, anche quando sono stanca distrutta e con il mal di testa e lui non sa far altro che ciarlare senza sosta, anche quando viaggiamo ed in continuazione chiede “quando arriviamo?”, e sono estremamente curiosa di vedere questo germoglio che adulto sarà da grande.
Auguri mio nano!

Pubblicato da: carlas73 | 13 ottobre 2011

Primo mese da scolaro

Ormai è trascorso il primo mese di frequenza alla scuola primaria del nano, ed anche se non si possono certo tirare in così poco tempo delle conclusioni, qualche idea in testa me la sono fatta e come al solito ci sono cose positive e cose negative, sicuramente non mi posso limitare a fare un confronto con la mia scuola elementare di 30 e passa anni fa.
L’inizio è stato sicuramente traballante e deprimente, non tanto per il nano, quanto per l’organizzazione generale che mi sembrava parecchio raffazzonata e senza alcun tipo di disponibilità nei confronti dei genitori e delle famiglie: la possibilità del doposcuola con il pranzo a mensa per le famiglie richiedenti è partito solo all’inizio di Ottobre, e causa ultimi indecisi tra materna e primaria e poca organizzazione da parte dell’amministrazione scolastica il nano è stato separato dall’unica compagna di materna che faceva il modulo come lui. Inoltre, il cambio di classe è stato escluso a priori senza alcuna possibilità di discussione e di presentazione delle nostre idee e posizioni: e la poca flessibilità, nonchè il tentativo di imbastire una spiegazione e giustificazione vantando l’intenso lavorio della commissione a me, figlia di insegnanti, è sembrata veramente debole ed indice di una coda di paglia grande quanto l’intera scuola stessa.
Comunque, l’amministrazione di una scuola è importante sì, ma più importante per i bambini il rapporto che si crea con i loro insegnanti e con l’approccio al nuovo stile di vita/studio, e su questo mi ritengo abbastanza fortunata: l’insegnante di italiano ed inglese è molto materna ed è in fase di adattamento e di studio dei suoi scolari, sta impostando molto le basi e prima o poi sono convinta che quando arriverà al succo delle sue materie sarà riuscita a catturare la loro attenzione ed interesse. La maestra di matematica, invece, nonostante la giovane età sembra più una maestra d’altri tempi: focalizzata ai concetti, alla responsabilità e concentrazione dei bambini e “strillona” quanto serve (almeno a detta del nano!). Certo, poi ci sono le altre insegnanti che completano le 27 ore: religione con i suoi concetti un po’ troppo indirizzati verso la religione e poco interiorizzati (“mamma e papà sono un dono per noi” “ma lo sai che vuol dire dono? e perché sono un dono per te?”; “Dio alla scuola materna mi ha mandato la neve un giorno” “beh, non è proprio così, la neve cade per delle regole di natura, Dio però ha creato tutta la natura e l’universo con le sue leggi che procedono ormai da sole”) che devono essere adeguatamente indirizzati dai genitori che per questioni di sopravvivenza dell’equilibrio psichico si sono allontanati da Madre Chiesa. E l’insegnante di storia e geografia (trasformate in “spazio-tempo”?!?!) di cui però non ho ancora capito bene se il nano riesce ad assimilare i concetti: ancora non gli sono ben chiari i giorni della settimana, ma parla di primo, secondo etc. giorno di scuola, così come oggi, domani e dopodomani non sono ancora utilizzati appropriatamente.
I racconti del nano parlano di un gruppo classe, piccolo perché sono 17, in cui prevale abbastanza la componente femminile, ma in cui in modo assolutamente democratico ed eguale maschi e femmine, anticipatari e no, sono chiacchieroni e poco attenti, in cui per i dispetti degli altri si mettono a piangere anche i bambini di 6 anni e mezzo, in cui lui si ritrova a proprio agio come sempre, con la sua solarità e serenità nei confronti di tutti, e si offende se gli si dice che è “fidanzato” con qualcuna, perché dà la mano alle amichette e parla con loro così come con i compagni e non fa differenza di genere o di colore della pelle; ma si imbarazza e forse anche si tiene a distanza da chi non riesce a capire (il compagno con problemi uditivi e quindi di linguaggio, che ha determinato l’esigenza per la classe della maestra di sostegno, assistente del comune ed assistente al linguaggio).
D’altronde, il doposcuola lo rende allegro e gli dà quel tempo di condivisione dei giochi che manca alle ore della mattina: i bambini sono pochi, e lui ritrova forse una dimensione più simile a quella della materna visto che fanno i lavoretti e giocano prevalentemente. La signora responsabile di quest’orario dopo le nostre iniziali raccomandazioni relative alla problematica bagno ed autonomia, adesso commenta “ci sono volte che manco ci penso tanto lui è socievole ed aperto”.
Dopo infinite raccomandazioni e prediche sembra che lui stesso si stia finalmente indirizzando verso una maggiore autonomia anche nei tempi distanti dalla famiglia: fornito di salviette umide ormai dopo pranzo si chiude in bagno e si gestisce in modo consapevole, inizialmente sembrava solo un exploit momentaneo ma ormai è sempre più costante e regolare, il che ci fa ben sperare in un comportamento persistente.
Il nuovo anno scolastico ha anche comportato un’innovazione nell’organizzazione familiare: la nostra gigantessa buona ha lasciato il posto all’altro gigante capo scout, con il quale riesce a trovare quello sfogo fisico che gli manca della scuola materna (“io vorrei tornare a scuola materna, perché ti ricordi quanto mi scatenavo con F. ed L.?”).

Che dire: sembra che tendenzialmente sia stato un buon inizio, pieno di buona volontà da parte sua e di tentativo di rispetto dei suoi tempi, da parte nostra innanzitutto e della scuola secondariamente, ma non meno rilevante. Ci sono tutte le premesse perché il rapporto sia di reciproca soddisfazione ed interesse: i mesi futuri potranno confermare questa prima impressione o demolirla definitivamente!

Pubblicato da: carlas73 | 21 luglio 2011

Autonomie e consapevolezza

L’inizio delle vacanze estive e l’organizzazione familiare alternativa che non ha consentito ferie durante il mese di luglio come solitamente accadeva negli anni passati, ci hanno obbligato a prendere l’ardua decisione per il centro estivo del nano. Finora non ci si era posto il problema, ma aveva partecipato in periodi invernali o di fine delle vacanze estive al campo organizzato dalla palestra che tutti frequentiamo e che lui conosce ormai bene, dove le ragazze ormai conoscono lui e sanno dei suoi bisogni di attenzione all’argomento bagno. Ma quest’anno che abbiamo dovuto ipotizzare una frequenza per un periodo piuttosto prolungato, quasi tutto il mese di luglio, abbiamo voluto garantirgli un ambiente verde dove potesse sbizzarrirsi in attività all’aria aperta sia acquatiche che di altro genere, visto che nonostante lo sforzo materno sembra un appassionato di calcio.
La decisione ha comportato anche una certa presa di coscienza da parte dei genitori del fatto che comunque il nano si sforza ben poco nell’espletamento delle sue funzioni giornaliere, e questo lo rende poco consapevole di ciò che lo riguarda. Perciò, la madre testarda e rompi che è in me, ha deciso di rendergli la vita più complicata e di obbligarlo a sedute giornaliere di impegno e sforzo per svuotarsi completamente: non avendo mai avuto problemi di stitichezza, evidentemente lui non ha mai sentito lo stimolo particolarmente pesante o impellente, anche perché quando erano i suoi orari noi l’abbiamo messo, e fatto mettere come al centro estivo ed ai vari campi, al bagno.
In occasione della prima settimana di ferie e di mare che ci siamo fatti, in cui, volontariamente o meno, è stato gestito in solitaria dalla solita madre di cui sopra, la frase ricorrente ed estenuante è stata “sforzati, spingi” e finalmente anche se con sua grande noia siamo arrivati a qualche risultato. Non posso dire certo che in una settimana sia clamoroso, visto che giusto stamattina dopo averlo lasciato per 5 minuti abbondanti da solo, al mio arrivo ed alla mia richiesta finalmente è riuscito a liberarsi se non completamente almeno parzialmente.
Mi rendo conto che non sono certo questi i migliori argomenti che si vorrebbe leggere in un blog, ma anche questa è la mia la nostra vita da quando abbiamo il nanerottolo e la sua malformazione.

L’argomento si associa alle ultime risultanze di una visita fatta appunto ieri, con i grandi luminari che l’hanno operato e curato alla nascita: esclusa, per presunzione, la presenza di cellule mal funzionanti, la diagnosi, da verificare con terapia adeguata, è stata di ancora inadeguato assorbimento degli acidi alimentari che hanno determinato irritazione del canale anale e quindi incapacità di distinguere tra stimolo ad andare in bagno e fastidio dovuto ad arrossamento ed infiammazione della parte interessata. Il tutto anche facilitato da una consistenza ancora troppo molle e liquida per poter essere adeguatamente trattenuta. Da oggi, cominciamo quindi una cura a base di Questram che nei prossimi giorni integreremo anche con Imodium se tutto va bene e non si verificano cataclismi, visto che ambedue i medicinali causano stanchezza e stipsi e sicuramente desideriamo una consistenza più da adulto, ma non che si blocchi e ci facciamo altri ricoveri aggratise. Entro venti giorni dovremmo già verificare un miglioramento e poi tra tre mesi un nuovo controllo per aggiornamento della situazione ed eventualmente modificare la terapia.

Ecco, di tutto ciò io sono ovviamente molto contenta e soddisfatta: la diagnosi sembra centrare la problematica del nano e la spiegazione ci è parsa valida, se la terapia funzionasse come speriamo direi che finalmente potremmo dire che l’incubo è finito. L’unico mio problema è: ma bisognava proprio aspettare di arrivare a 5 anni e mezzo, fargli vivere tutte le sofferenze fisiche e psichiche (ogni volta che lo si mette sulla tazza chiede “niente? non ho sporcato nulla?” con un sospiro di sollievo) e farci vivere con l’ansia per la sua vita sociale? Anche questo episodio conferma che il polso della situazione lo detengono sempre e solo i genitori, peccato che loro possono pensare solo a soluzioni tampone e non stabilire terapie.

Pubblicato da: carlas73 | 19 luglio 2011

Nuovi suggerimenti

La pigrizia luglifera incombe, così come le vacanze parziali già effettuate, ma nel frattempo voglio almeno segnalare due scoperte recenti, di cui una anzi recentissima, che stanno facilitando la gestione nanifera.
Lo sbalzo di temperature, ambienti ed attività delle due ultime settimane ha colpito drasticamente il transito intestinale del suddetto nano, con scariche molto liquide e poco distanziate nel tempo. Ma almeno in questa seconda fase di ritorno alla città ed ai suoi ritmi di centro estivo siamo riusciti a far rientrare l’allarme in un paio di giorni, anche grazie (pensiamo noi, ovviamente) ai nuovi fermenti integrati nella dieta del nano associati anche alla sempre presente Enterogermina: bustine Puraflor, che hanno il doppio vantaggio di aver accolto l’entusiasmo del nano grazie al gusto di arancia rossa, e di aver garantito già dalla prima giornata delle evacuazioni consistenti e consolidate. I principi attivi sono diversi nelle due tipologie Bimbi ed “adulto”, ma quello che abbiamo provato con Claudio è la versione adulti, poiché quanto adatto ai bambini, perché magari più delicato non necessariamente è quanto necessita un operato di Megacolon (al contrario per esempio di quanto è successo nel caso delle vitamine Multicentrum Baby che anche assunte in dose dimezzata rispetto all’età che aveva all’epoca, gli hanno causato diarrea continua ed inarrestabile per una settimana).
Ulteriore suggerimento, viene sempre dalla nostra fantastica e telematica dermatologa che al solo pronunciamento del termine “ragade anale” ha consigliato prolungato utilizzo della crema Vea Lipogel. Già da quest’inverno il nano era affetto da piccole piaghette proprio intorno all’ano, fastidiose, talvolta più “aperte” e arrossate, che non riuscivano ad essere eliminate con nessuno dei rimedi già conosciuti ed utilizzati: la pigrizia mentale e pratica della sottoscritta ha rimandato sempre il contatto e la richiesta alla dermatologa, ma alla fine visto che con il caldo ed il sudore sembrava che la situazione peggiorasse solo, mi sono decisa. Dopo circa un mese di applicazioni almeno un paio di volte al giorno (la mattina al momento di prepararsi per la giornata, e la sera con il pannolino per la notte), la situazione può essere definita sotto controllo in modo costante anche in casi di evacuazioni liquide e particolarmente acide, e di eccessivo sfregamento della pelle, causa piscina, mare e sabbia, corse con mutande rinforzate da spugnette per partite di calcio e quant’altro.

Con la speranza sempre che i consigli possano essere utili a qualcuno dei miei soliti lettori per i piccoli che sono sulla stessa salita già mezza percorsa dal nano.

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