Pubblicato da: carlas73 | 11 giugno 2009

Invecchiare

Per alcune persone invecchiare significa cominciare a vedere le prime rughe intorno agli occhi: io mi guardo allo specchio e non mi sembro fisicamente molto cambiata, forse le mie sono rughe di espressione più che di vecchiaia, quei due segni di amarezza intorno alla bocca che danno l’impressione di una che non ha saputo accettare a braccia aperte le difficoltà che la vita le ha parato davanti e per cui non posso fare molto se non sofrzarmi di sorridere di più.

Per altre persone l’invecchiamento inizia con i primi capelli bianchi: figuriamoci, se fosse stato così per me, appena cominciata l’università a 20 anni avrei dovuto sentirmi vecchia, ed ora che, nonostante i fili bianchi brillino tra il resto della chioma corvina anche nell’angolo ben in evidenza della tempia, mi ostino a non farmi schiavizzare da coloranti, hennè ed altri artifici tricologici sinceramente la cosa non mi cambia più di tanto, accolgo con un filo di tristezza in più il cambiamento del mio aspetto, ma lo accetto come il pegno che pago per continuare ad avere una pelle quasi da ragazzina ed una chioma sana e resistente che mi hanno sempre invidiata.

Infine, ci sono quelle persone che guardano con terrore l’avvicinarsi del proprio compleanno e di anno in anno si rifiutano di festeggiarlo, comunicarlo ad amici e conoscenti e fanno finta che i numeri che si accumulano uno dietro l’altro facendo la conta dal giorno della nascita non esistano. Io non faccio parte nemmeno di questa schiera: il compleanno è diventato un giorno come un altro, una volta ero contenta quando mi si diceva che dimostravo più della mia età, adesso se mi danno tutti i miei anni o di più o di meno non conta granchè, certo non sono “vecchia” ma non nascondo l’età nè la carta d’identità, porto fiera i miei anni e le conoscenze che mi hanno dato, assieme agli errori fatti ed agli insegnamenti ricevuti e so che andando avanti potranno solo aumentare, come ahimè peggioreranno i miei difetti, e non posso fare altro che accettarlo con serena pacatezza.

L’altro giorno, però, alla festa di fine anno dell’asilo del nano mi sono ritrovata a piangere davanti alla raccolta di foto consegnataci dalla maestra in cui rimane la traccia della crescita del nano nel suo ambiente del gioco e della scoperta, dell’amicizia e della condivisione. Piagnona e fregnona, dicono a Roma, occhio lucido e fazzoletto nascosto ho fatto finta con nonchalance di rimanere indifferente ai bigliettini con le frasi di ricordo che accompagnavano la mattonella della foto di gruppo ed il libro della memoria di fine ciclo. Ma ecco che oggi, ripensandoci e ritrovandomi nuovamente con gli occhi lucidi ho capito che questo è il mio segno del passare del tempo: per tutta la crescita fino all’età adulta ho affrontato la fine dei cicli con entusiasmo ed allegria, propensa a credere ed illudermi che il nuovo che avanzava sarebbe stato meglio se non altro perchè avrebbe portato novità in conoscenze, esperienze ed ero sempre ansiosa di cominciare qualcosa di nuovo come se il già conosciuto mi avesse stufato. Oggi, invece, sapendo che mio figlio l’anno prossimo dovrà affrontare qualcosa di nuovo, mi viene un groppo alla gola, vorrei che potesse continuare con i suoi amici, quelli con cui è cresciuto per 3 anni e quelli che si sono aggiunti alla spicciolata per ciascuno degli ultimi due anni, con le sue maestre che ieri andava a scocciare chiamando continuamente “Daniela, Daniela, Danielaaaa – Cristina, Cristina, Cristinaaaa” (sì, perchè mio figlio è fondamentalmente una piccola piattola: quando trova un punto di riferimento non lo molla più e si intestardisce fino a quando non lo si manda a quel paese, ma dopo il primo momento di offesa è pronto a ritornare all’assalto della sua roccaforte di sicurezza, tra i genitori, i nonni, le maestre e gli amici così come i bimbi incontrati qualche volta al parco). Sapere che per lui finisce un ciclo e non sapere cosa lo aspetta a settembre non mi mette entusiasmo bensì ansia, sarà per quello che ieri uno dei suoi amichetti del gruppo storico ha detto a papà Fabio mentre si rincorrevano nel giardino dell’asilo sui tricicli (papà Fabio “ma Claudio fa sempre così? va sempre a fare gli incidenti con la bici contro gli altri giochi?” ed il compagno “si, e si fa anche la cacca adosso”), o forse perchè non so come lui reagirà alle novità degli spazi-maestre-bimbi della materna.

Questo è il mio segno dell’invecchiamento: avere un modo differente di affrontare i cambiamenti che ci riguardano, non tanto per me quanto per il mio nano di cui devo ancora comprendere bene la predisposizione al menefreghismo materno o al paterno soccombere all’ansia dei mutamenti esistenziali.

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Responses

  1. I giovani vanno "educati al cambiamento" fin dalla più tenera età, poiché il mondo si va evolvendo con sempre maggiore velocità e sempre più radicalmente. Quando vinsi il concorso per la docenza, sapevo che avevo messo un paletto nella mia vita che nessuno avrebbe potuto più divellere. Oggi non è più così. Parti economista e ti ritrovi informatico, come ben sai, o parti come velina e ti ritrovi ministro delle pari opportunità. Ma io prendo tutto con un pizzico di amara ironia, anche nei casi moderatamente tragici, per cui ti dico: Carla, ma che dici? Oggi non esistono più i vecchi, esistono i "diversamente giovani".

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