Pubblicato da: carlas73 | 15 maggio 2009

Una tranquilla mattina al centro commerciale

Riuscire a trascorrere un paio d’ore al centro commerciale è sicuramente un traguardo per molte mamme, ed anche se gli acquisti con il nano non sono esattamente la cosa più tranquilla del mondo (si appiccica alle vetrine, e per fortuna ha smesso di leccarle; infila le sue unghiette malefiche tra i capelli al padre quando gli sta sulle spalle e non la smette mai di chiedere “braccio, mamma”; pretenderebbe di trascorrere tutto il tempo necessario ai giri indispensabili agli acquisti nel ridotto ed angusto spazio dei giochi) mi rendo conto che per una buona parte di mamme potrebbe essere un felice sogno irraggiungibile.

Ma per me, ci sono certi giorni, certi momenti che mi cascano tra capo e collo senza chiamarli, senza desiderarli, proprio nel momento in cui meno me l’aspetto, in cui vorrei godermi la compagnia di marito e figlio nelle calde giornate di primavera che avanza, ed in cui mi guardo intorno e ricomincio a vedere il nero, quello sprofondo dell’anima che vorrei allontanare ma sta sempre lì dietro l’angolo, in agguato ad inaridire ed inacidire le giornate di fine settimana in cui vorrei solo pensare a loro, ai miei due uomini, ed invece mi ritrovo sempre lì ancorata ad i miei dolori ed alla mia egocentrica predisposizione all’autodistruzione.

Sì, perchè un paio d’ore al centro commerciale, negli orari mattutini nostri in cui solitamente c’è meno gente e si riesce ancora a camminare, sono un concentrato di neonati (ma proprio neonati, neonati: quei frugoletti di meno di un mese che ancora sono lì con gli occhietti chiusi e l’aria di chi avrebbe voluto stare ancora al calduccio da dove li hanno tirati fuori) e pancioni fuori misura (di quelle mamme che stanno agli ultimi mesi lì lì per accogliere il nuovo arrivo), e la cosa sembrerà strana ai più ma continua a provocarmi un intenso e lacerante dolore alla pancia, ed un fortissimo incoercibile desiderio di piangere. Non so cosa sia, dopo più di anno ancora non sono riuscita ad identificare cos’è che mi rode dentro: sarà che mi sento un essere mitologico, di quelli che stanno in percentuali statistiche inesistenti (certo, l’infertilità è un fenomeno studiato, ma quale statistica segnala ed identifica il numero di portatori di malattie? sì, perchè insomma 3 su 3 non è quasi più statistica è una forma di certezza, anche se nessuna medicina genetica ancora ci ha dato risposte), oppure che forse assieme alla paura di non poter mettere al mondo un figlio l’altra paura di una madre è quella di non riuscire a generare un figlio sano, ed io non solo vivo costantemente questa paura ma ormai me ne sono fatta una convinzione profonda.

Vorrei capire: la mia è una sorta di invidia, mista ad esasperazione per quello che vedo in giro, e sto sempre lì a domandarmi “perchè a me?”, non mi reputo una cattiva mamma, forse a volte sono un pò isterica, ma quando vedo le bambine di 3 anni conciate come veline di 24, e maschi di 2 che usano le mani e la prepotenza come fossero professionisti di 50 mi domando se Madre Natura ci vede quando attribuisce ai genitori tale status, per il quale non viene fatto alcun esame e controllo preventivo. E poi vedo quel nonno, giovane ma con tutti i capelli bianchi, che accompagna il suo nipotino (ormai cresciuto: sembra che quasi non entri più nella sua carrozzella speciale, sembra abbia la testa ed il corpo di un ragazzo, ma forse è solo la mia impressione) in tutte le strade dei dintorni per fargli godere del sole e dell’aria primaverile che ha investito la nostra città, e sento le viscere che mi si contorcono, perchè penso che forse il nostro piccolino avrebbe potuto crescere così e mi domando quante famiglie e quanti genitori sanno realmente la fortuna ed il miracolo che gli è stato donato, se si guardassero intorno con un minimo di umiltà scoprirebbero che quando parlano dal pulpito di “io so che vuol dire, perchè ho figli” in realtà non sanno nulla e dovrebbero avere il pudore ed il buon senso di tacere.

Io non so cosa voglia dire: allattare il proprio cucciolo (solo perchè il mio nano forse non avrebbe potuto assimilare al meglio il latte materno), accudire al suo cordone ombelicale (una mattina me lo sono ritrovato in una bustina dentro la sacchetta della sua culla in reparto), prepararlo e presentargli il suo successore negli accudimenti neonatali (a quest’ora forse i due sarebbero stati cane e gatto a dividersi e litigarsi i giochi, ma quale gioia sarebbe stata vedere un altro piccolotto crescere per casa e scoprire se era musone come me o commediante come il nano?), preoccuparsi per una semplice gastroenterite (senza avere sempre l’incubo dell’enterocolite o di un’aderenza intestinale).

Sì, probabilmente la mia è solo invidia o forse è quella follia incosciente di chi vorrebbe che il mondo fosse diverso: chiedo troppo se mi auguro che i genitori sappiano riconoscere che ciò che hanno fra le mani è solo un’infinitesima accezione di quel che vuol dire essere bambini, che il miracolo della vita di un neonato può essere declinato in così tanti variabili di salute/malattia che forse non sono ancora neanche completamente consociute dalla scienza moderna? che ciò che valutano come “normale” potrebbe non esserlo, così come quello che a prima vista è “anormale” in realtà per chi lo vive è l’unica normalità possibile e probabilmente raggiunta con mesi ed anni di difficoltà, lotte, frequentazioni mediche di ogni genere e tipo?

Ecco, questa è la mia difficilissima ed a volte improbabile normalità: quella di avere la fortuna di poter fare shopping con un treenne e contemporaneamente morire lentamente dentro, perchè solo io so che uno può essere sfortuna, due possono capitare, ma tre diventa una probabilità statistica impossibile, ed alla terza io mi sono arresa.

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Responses

  1. Ti sono vicina, non arrenderti, vedrai che una gioia immensa capiterà quando men te lo aspetti. Un abbraccioPaola

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  2. Silvia, ho letto il tuo pezzo su Martino e come l’hai scritto e le reazioni dei tuoi bimbi dimostrano quanto siete una famiglia speciale: forse tutte le persone strane le ho incontrate io, quelle che ti dicono le peggio cretinaggini quando ti capita qualcosa, quelle che non sanno rapportarsi con il dolore e l’anormalità, quelle che la devono per forza includere in un loro schema di normalità. Quelle ragionevoli e che sanno usare il silenzio e gli sguardi come mezzo di comunicazione ed empatia le ho trovate solo tra quei genitori che hanno probabilmente sofferto più di me al Bambin Gesù.

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  3. Forse c’è chi non se ne rende conto e chi invece, pur non avendo provato, conosce almeno la fortuna che le è toccata insorte avendo figli sani.A me ha aiutato molto Martino.http://mammaimperfetta.iobloggo.com/191/invitato-specialeA te, non potendo fare altro, lascio un forte abbraccio.Silvia

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  4. Sai, è dal 2005 che lotto con me stessa per tre differenti eventi collegati alla maternità: la prima volta mi sono stata zitta e mi sentivo cattiva, la seconda ho cercato di guardarmi intorno e vedere nell’ospedale pediatrico chi stava peggio di me, alla terza ho cominciato a rifiutare di sentirmi in colpa per ciò che penso. Perchè nessuno mai si sente in colpa quando ottiene tranquillamente ciò che ha e da questo si sente in diritto di salire in cattedra? io non posso sentirmi incazzata con la vita perchè di tre non ho avuto una maternità normale? Ho la fortuna di poter essere madre, ma a metà ed a che prezzo? lo rifarei mille volte per il mio nano, ma non poteva esistere il mio nano senza la sua malformazione?

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  5. Ti capisco…no, non è vero, non ti posso capire. Non posso capire quello che hai passato.Posso capire quel misto di sentimenti quando vedi pance e neonati.Tu non ti senti una "madre normale", io ho paura di non potermi mai sentire madre. Queste cose non dovrebbero succedere.E poi ci si sente anche in colpa perchè sono brutti sentimenti.E poi… boh, e poi niente.un abbraccioClara

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