Pubblicato da: carlas73 | 29 aprile 2009

La rete

Non so come mai ma oggi d’improvviso mi sono rivenute in mente le parole della già citata psicologa del Bambin Gesù una delle tante volte che ha tentato un approccio con me accanto alla culletta di Claudio: parlando del più e del meno mi ha chiesto dove mangiavo a pranzo, visto che entravamo in reparto in tarda mattinata (dipendeva dal medico che effettuava il giro di viste mattutine: c’era chi era più mattutino e veloce e chi meno) e che comunque ero spesso da sola, sia perchè poteva entrare un solo genitore alla volta, sia perchè il papà del nano doveva pur lavorare, mentre io ero ancora in maternità obbligatoria. E saputo che spesso durante quel lungo ricovero (55 lunghissimi ed interminabili giorni di degenza, ma anche gli altri due successivi di una settimana ed altri 18 giorni) mia sorella veniva a tenermi compagnia durante l’orario del pranzo, portandomi anche un panino, per poi rimanere quel quarto d’ora striminzito in cui guardava il nipote da fuori le finestre del reparto e ritornare, quindi, alle sue attività ed al suo lavoro, la psicologa si meravigliò e, se non ricordo male, mi disse qualcosa sul “supporto psicologico e materiale” che in tal modo ricevevo.

Delle amiche, prima e dopo la nascita dei loro figli, mi parlavano a più non posso della “rete” di aiuti che si stavano creando o che utilizzavano per poter affrontare la maternità: io non ci ho mai dato molto peso e non ci ho neanche mai riflettuto granchè, ma forse perchè sono vissuta in una famiglia per cui affrontare i problemi assieme, aiutarsi vicendevolmente nei momenti di bisogno è una cosa spontanea, quasi senza bisogno di chiedere. Io ho avuto la mia rete, che è stata soprattutto una rete di salvataggio morale e solo latentemente di aiuto materiale, poichè ben poco potevano fare quelli che ci venivano a trovare in ospedale a parte che stare nella saletta di attesa e farci fare quattro chiacchiere quando non potevamo entrare nel reparto e poi guardarci dalle finestre del reparto mentre accudivamo al nostro nano. Ed anche se spesso, durante quelle passeggiate fuori l’ospedale vicino al Gianicolo, ben poco parlavamo con mia sorella: ho apprezzato moltissimo la sua presenza, i panini che mi preparava a casa con enorme cura e passione culinaria così come solo lei sa fare. In realtà, anche se siamo molto, forse completamente, differenti, ci compensiamo e sappiamo starci vicino senza darci troppo fastidio.

La mia rete ha dovuto starmi accanto in quelle lunghe ore di attesa durante le operazioni del nano (per fortuna l’ultima di settembre scorso è durata molto poco), mi ha ospitato nelle serate in cui uscivo da sola dall’ospedale e non avevo la forza fisica e morale di tornare a casa a cucinarmi la cena, ha fatto le mie lavatrici e stirato i miei panni (e quelli del nano, quelle rare volte in cui in un momento di ottimismo abbiamo deciso di vestirlo con le tutine che avevamo comprato prima della nascita). Ma la mia rete ha continuato a starmi accanto anche in quest’ultimo anno quando il nano è stato ricoverato tante altre volte, ed allora di nuovo abbiamo avuto gli aiuti materiali per la gestione “decente” della casa, ed in più ci ha consentito anche di fare delle romantiche cene alla mensa dell’ospedale ambo i genitori dopo una giornata in cui ci si suddivideva nell’assistenza del nano, tenendogli compagnia mentre noi ci allontanavamo quella mezz’oretta.

Dopo 3 anni, credo che glielo devo almeno questo riconoscimento ufficiale alla mia rete, e soprattutto a quella instancabile ottimista di mia sorella che sapeva e conosceva il mio dramma ma era sempre lì pronta con il sorriso ad offrirmi il suo saporito panino ed una spalla su cui piangere.

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