Pubblicato da: carlas73 | 12 febbraio 2009

La cura del silenzio

Era da giorni che il circo mediatico divampato intorno alla storia della famiglia Englaro mi stava facendo male accendendo ancora una volta quella fiamma di rabbia e dolore che non mi si spegne mai completamente dentro: finalmente e per fortuna, la storia ed il dolore sono cessati, anche se non i miei. Sentire quelle voci che insultavano gratuitamente un padre, non conoscendone nell’intimo la storia, la vita, la sofferenza, che blateravano a vanvera ha risvegliato il complesso di Calimero che risiede instancabilmente dentro di me. Ma io a quel complesso ho sempre risposto e sempre risponderò con la mia rabbia, la mia violenza verbale, la mia aggressività che morde la vita e cerca di piegarla il più possibile ai miei desideri: così ho fatto da piccola, affrontando i miei demoni interiori, che in realtà ben piccoli demoni erano ma irrisori problemi adolescenziali e di crescita, e così sto facendo da più di un anno ogni volta che il demone interiore mi morde dentro quando penso alla mia decisione di interrompere la mia seconda gravidanza.

Sì, perchè quello che mi ha dato più fastidio e più angoscia in questa faccenda è pensare quanto le persone generalmente aprano la bocca giusto per dargli fiato, parlano, urlano gridano di cose di cui non conoscono neanche una minima sfumatura: lo ammetto, anch’io come la maggior parte delle persone non so nulla e non ho vissuto in parenti/amici una condizione similare di coma vegetativo, per fortuna, e non oso neanche pensare a cosa farei nel caso in cui succedesse a mio figlio, in modo forse egoistico se succedesse a me chiederei che si “staccasse la spina”. Però, so che significa avere la sensazione di essere messa sotto una gogna: mi capita ogni qualvolta leggo un articolo di giornale, un post di blog, un cartellone pubblicitario o altro in cui mi sento additata in prima persona poichè “colpevole” di aborto, o meglio, come potrebbe essere chiamato in quest’ultimo buio periodo, di omicidio. Sento quelle parole, leggo quegli articoli e capisco che nel 90% dei casi si tratta di persone che non sanno cosa voglia dire, non immaginano il dolore che ci possa essere dietro nè le domande che un genitore si porta appresso a seguito di una decisione del genere per tutto il resto della sua vita: semplicemente parlano per stereotipi, per slogan che non hanno nessun punto di contatto con la vita reale di una famiglia.

Ogni volta che queste persone dichiarano di essere contro la “cultura della morte” mi viene implicito augurargli tutto il peggio di ciò che mi è capitato e di quello che può capitare: come 17 anni di assistenza ad una non-morta e non-viva, assistenza a figli disabili, assistenza ed esperienza di tutto quanto un ospedale pediatrico possa significare. E non mi sento cattiva quando lo penso, ritengo che sia giusto che certe prove capitano a chi ritiene di poterle sopportare con gioia con la giusta “cultura della vita”, senza che il senso di frustrazione ed impotenza li colpisca, senza che si sentano continuamente in bilico tra cosa è giusto e non giusto fare per la persona che si ama, con la sensazione di avere la certezza tra le mani di quanto debba essere fatto su questa terra e non solo. Questo sicuramente spiegherebbe più di mille parole le ragioni di chi sta dalla parte della “morte”, dimostrerebbe la razionalità e ragionevolezza di queste scelte, chiarirebbe quanto la medicina debba essere ancora di più spinta alla ricerca di soluzioni invece di essere bloccata con i mille paletti e recinti della morale ipocrita e benpensante odierna.

Chi mi conosce si metterà a sorridere, ma quello che penso che ciascuno di noi nel suo piccolo dovrebbe fare di fronte ad eventi della vita più grandi di noi e che non ci colpiscono direttamente è tacere: ritengo che sia sempre la cosa migliore da fare piuttosto che esternare parole inutili e dannose, il silenzio può significare tante cose, ciascuno lo può interpretare a proprio modo, per lo meno è difficile in questo modo colpire, denigrare, ferire le persone, senza averne alcun titolo ed autorizzazione.

Il silenzio forse non cura il dolore che si prova, ma almeno non lo acuisce.

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Responses

  1. Intanto grazie mille a Serena per la citazione. Poi, sono d’accordo con te che chi predica tanto dovrebbe provare di persona che cosa significa la sofferenza vera, quella patita sulla propria pelle. Tanti auguri di serenità, a te e al tuo bimbo, te la meriti!

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  2. In coloro che predicano senza sapere di cosa parlano c’è l’ignoranza sulla vera natura del dolore, esattamente come scrivi tu, e anche, in fondo, il fraintendimento dello stesso insegnamento cristiano, che da messaggio di gioia e speranza è ridotto ad panegirico della sofferenza purificatrice. A questo proposito leggi se ti va questo articolo, che secondo me è molto incisivo e corretto: http://pensierini.blog.kataweb.it/2009/02/10/accanimento-terapeutico-e-cristianesimo/Con simpatiaSerena

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